Il Comitato Lombardia risponde alla irricevibile proposta di Attilio Fontana

COMUNICAZIONE ATTILIO FONTANA PRES. REGIONE LOMBARDIA DEL 15/04/2020, CONSIDERAZIONI IN MERITO

Con la presente si evidenzia che esclusivamente su carta è riconosciuto il ruolo strategico delle strutture 0/6 all’infanzia

Nella comunicazione vengono riportati più interventi facilmente contestabili:

  • fondi perduti, dei quali si fa riferimento, sono fermi da anni e nel migliore dei casi sono finanziati da banche convenzionate con obbligo di restituzione, garanzie e quote d’interesse applicate;
  • fondi perduti destinati al sostegno delle famiglie in difficoltà con aggravio di forti ritardi e lunghe attese di erogazione da parte della Pubblica Amministrazione, come ad esempio il fondo “Nidi Gratis” destinato a famiglie frequentanti asili nidi pubblici e ai pochissimi privati convenzionati, tali fondi hanno permesso a molte famiglie di accedere ai nidi ma non a questi ultimi di sostenersi nel proprio servizio, cosa che oggi è impossibile. La quota è stata comunque sospesa con la chiusura dei servizi dallo scorso 24/02/2020 e il pagamento delle sole quote di gennaio e febbraio non permette il sostentamento delle strutture nei mesi con entrate pari a zero, permetterà esclusivamente di coprire i costi anticipati per i mesi di cui fanno riferimento;
  • i fondi che i Comuni avevano già stanziato per la fascia 3/6 anni sono stati devoluti esclusivamente a strutture comunali e paritarie, le private, così come i nidi, sono costretti a sostenersi autonomamente;
  • il contributo irrisorio una tantum di €100,00 al mese per bambino non è chiaro, si parla di strutture private accreditate e/o parificate e non di tutte le strutture autorizzate al funzionamento, non è specificato se si basa sul numero dei bambini iscritti al momento dell’emergenza sanitaria o sul numero autorizzato in CPE, inoltre la cifra è irrisoria e non ci permettere di sostenere neanche il 40% delle spese fisse;
  • la detraibilità della retta è nuovamente un sostegno alle famiglie e non alle strutture, anche perchè siamo andati contro i nostri contratti e molte di noi non hanno chiesto pagamento di corrispettivi agli utenti per il periodo di chiusura

Si parla ancora di interventi esclusivi a sostegno delle famiglie, così come interventi già previsti e attuati a seguito degli ultimi due DPCM, ma il nostro servizio definito dal nostro Presidente: “servizio irrinunciabile alle famiglie e ai lavoratori” è in grossa difficoltà e come risposta si sono semplicemente visti gli ennesimi crediti attraverso prestiti bancari, debiti che non saremo in grado di sanare se le nostre attività non riprenderanno tempestivamente e non inizieremo ad avere delle entrate fisse.

Inoltre la comunicazione di “occhio di riguardo” nei nostri confronti con la possibilità di accedere alla cassa integrazione in deroga per i nostri dipendenti, non può essere considerata tale in quanto non è specificità del nostro settore, liquidità che comunque tarda ad essere elargita. Inoltre la possibilità per il lavoratore di richiedere un anticipo alla banca per l’importo della cassa integrazione, prevede che il datore di lavoro si ponga da garante nel caso in cui l’inps non eroghi l’importo dovuto. L’anticipazione sul conto corrente è un sostegno sicuramente gradito dai nostri dipendenti, ma alla fine della CIG e dell’Anno Scolastico non potranno tornare a lavoro per chiusura delle strutture 0/6.

Il contributo a sostegno di tutti i nostri servizi dovrebbe essere di almeno € 400,00 per il sostentamento delle sole spese fisse che non riusciamo a fronteggiare per mancanza di liquidità.

Ripetiamo ancora che siamo state obbligate alla chiusura dal 24 febbraio e considerate parte del sistema pubblico di assistenza alle famiglie e quindi non possiamo neppure godere dei benefici previsti per le imprese più colpite.

E’ evidente che chi ha inviato questa comunicazione non ha preso coscienza della reale crisi del nostro settore e della purtroppo concreta possibilità di chiusura definitiva per molte strutture con conseguente perdita di lavoro per tante persone e perdita del “servizio irrinunciabile per famiglie e lavoratori”