Educare all’equilibrio. di Caterina D’Anna

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EDUCARE ALL’EQUILIBRIO, riflessioni sulla libertà

Di Caterina D’Anna

Un bimbo sano, neonato, se avesse la parola (tipo “senti chi parla”, avete presente?) potrebbe darci lezioni su questo tema. Cosa fa un neonato sano? Sente sé stesso ed esprime i propri bisogni: cioè sentire ed essere sono esattamente la stessa cosa. 

Da un secondo in poi dopo la nascita accade però una sequenza infinita di eventi che agevolano o ostacolano il suo “lavoro” di creatura venuta al mondo, attrezzata per esserlo. In effetti ha bisogno di aiuto (La relazione come prima condizione dell’esistenza): da solo non ce la fa, sono necessari esseri umani ausiliari, meglio ancora se sono sviluppati, sufficientemente maturi; devono fargli da coach, da tana, da stampella, da guardia del corpo, da conforto, da sostentamento.

Per i più questo ruolo tocca ai genitori, coloro che hanno generato, nella loro mente e dal loro corpo, un figlio.
In che tipo di contesto affettivo e materiale lo hanno accolto? Era sufficientemente maturo? Se con maturità intendiamo autonomia, saggezza, conoscenza di sé, capacità di scegliere condizioni di vita consone ai propri limiti e alle proprie risorse, capacità di lottare per i propri diritti, coerenza e onestà, rispetto di sé e degli altri. Queste condizioni erano soddisfatte?  Raramente, credo, a causa spesso di altrettanti infiniti condizionamenti negativi, subiti dai genitori stessi. Queste condizioni a mio avviso sono alla base di una funzione genitoriale sana e costituiscono la premessa per aiutare a crescere un figlio in equilibrio psicofisico.

“I bambini vengono educati da ciò che gli adulti sono e non dai loro discorsi” (C. G. Jung)

Ciò che la nostra società “produce” e sostiene in larga parte, invero, sin dai sistemi formativi primari, sono esseri umani conformisti, nevrotici, frustrati, maliziosi e ambigui, in balia delle richieste dei “potenti” che seguono logiche consumistiche e capitalistiche, per cui un genitore “sufficientemente buono” e maturo non è quello descritto in precedenza bensì colui che può garantire alla famiglia un discreta attività di consumo di beni non di primaria necessità, lontano dal contatto con la Natura e senza possibilità di condivisione con gli altri, in ipotetici spazi comuni curati dalle Amministrazioni per far star bene tutti.
Un sistema di privazione utile di fatto all’assoggettamento.

Il giocattolo, la griffe, sostituiscono la cosa più importante e difficile da coltivare e da vivere: la relazione. Se entro in relazione coi miei figli e non ho niente da dire, da insegnare? Non so giocare con loro (e non mi va di provarci, il pensiero non arriva probabilmente nemmeno alla mia coscienza), non so dare loro delle regole, non so quale alimento fa loro bene o male? Chi mi ha insegnato ad essere giusto? Chi mi ha insegnato ad esprimere in modo consono al vivere civile la rabbia, la delusione, la frustrazione, la gioia? Da piccolo mi mettevano in punizione se davo uno schiaffo al compagno? Che fine ha fatto quella rabbia, me la sono ingoiata e probabilmente non l’ho mai digerita? Chi mi ha mai aiutato a rifletterci su? Chi mi insegnato che se ho fame devo mangiare ma se mi sbuccio il ginocchio non è una buona idea consolarmi col cibo?

Sono una persona libera?

Il problema centrale mi pare sia: che risorse hanno i genitori nella nostra società?
Lo Stato in che condizioni mette le famiglie e i lavoratori?
Quanto investe su cultura e beni collettivi?

Rispetto al momento che stiamo tutti vivendo, ciò che possiamo augurarci a mio avviso è che l’immobilità obbligata dei nostri corpi crei una energia che spinga il pensiero verso la coscienza e porti a riflettere, ragionare e a chiedere, dopo l’emergenza, più rispetto e assistenza da parte delle Istituzioni mettendoci noi stessi in gioco, in relazione e in azione.

Possiamo fare in modo che questa non sia una occasione perduta bensì una sfida per esserci e scoprire funzioni che di solito si vogliono delegare. Per essere liberi.